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Seconda Guerra Mondiale

La Seconda Guerra Mondiale


Nel 1935 l'Italia fascista, guidata da Mussolini, conquistò l’Etiopia, sfidando la Società delle Nazioni e avvicinandosi alla Germania nazista. Entrata nella Seconda Guerra Mondiale nel 1940 al fianco di Hitler, l’Italia affrontò fallimenti militari in Grecia e Russia, aggravati dalla mancanza di preparazione. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, il Paese fu diviso tra il sud alleato e il nord sotto il controllo nazifascista. La guerra si concluse con la caduta del nazifascismo nel 1945 e la morte di Mussolini e Hitler.

a cura di
Fidenzio Grego


Gli inizi

Erano trascorsi diciassette anni dalla fine della Grande Guerra e la memoria di quell’evento era ancora viva. Gli italiani iniziarono a convivere di nuovo con l’idea di una probabile Seconda Guerra Mondiale già dal 1935. La politica estera fascista era improntata alla rivendicazione nazionalista e al rilancio dell’occupazione coloniale. L’intenzione di Mussolini era quella di conquistare un impero in quella parte dell’Africa non ancora toccata da altri colonialismi. L’Etiopia (o Abissinia) rappresentava questo desiderio. Non si tenne conto che l’Etiopia era uno Stato sovrano, membro della Società delle Nazioni, e un'occupazione avrebbe necessariamente richiesto una guerra. La conquista dell’Etiopia nel 1936 suscitò l’entusiasmo delle masse.
Lo Stato africano, un paese povero, quasi esclusivamente agricolo e dedito alla pastorizia, fu dipinto dai fascisti come un luogo che avrebbe garantito pane e lavoro a migliaia di contadini e operai. Per la propaganda fascista fu facile presentare le sanzioni internazionali come un tentativo di opprimere le aspirazioni dell’Italia, richiamando così l’attenzione della popolazione. La Società delle Nazioni condannò l’aggressione italiana e impose all’Italia pesanti sanzioni che rallentarono lo sviluppo economico del Paese e la fornitura di materie prime per l’industria bellica (in primis carbone e petrolio). Colpita da queste sanzioni, l’Italia di Mussolini aprì un canale di comunicazione con la Germania nazista di Hitler, che, essendo uscita dalla Società delle Nazioni, non partecipò alle sanzioni contro l’Italia. Un’intesa sempre più stretta si profilò tra Roma e Berlino. Mussolini, nel novembre del 1936, nel corso di un convegno tenuto a Genova parlò di un asse Roma-Berlino, che venne poi perfezionato il 22 maggio 1939 con il Patto d'Acciaio, il quale prevedeva una reciproca assistenza tra i due Stati in caso di conflitto. Questa decisione creò i primi dubbi e malumori tra le truppe dell’esercito italiano. Ufficiali e soldati si interrogavano sul perché dovessero combattere a fianco dell’odiato soldato tedesco, piuttosto che con gli alleati di sempre: francesi e inglesi. Queste due nazioni, il 3 settembre 1939, dichiararono guerra alla Germania. Nel secondo conflitto mondiale furono coinvolti gli Stati europei e quelli di altri continenti. La mobilitazione e i richiami per l’esercito italiano si susseguirono rapidamente. L’esercito tedesco sembrava irresistibile sotto la spinta espansionistica di Hitler. L’Austria, nel marzo del 1938, venne annessa alla Germania, e qualche mese dopo la stessa sorte toccò anche alla Cecoslovacchia. Con l’aiuto dell’esercito russo, le truppe del Führer invasero la Polonia (la Germania era legata alla Russia dal patto Ribbentrop-Molotov). Prima dell’attacco decisivo alla Francia, Hitler volle assicurarsi il controllo dei paesi scandinavi: Danimarca e Norvegia, per poi proseguire con la conquista del Belgio e dei Paesi Bassi. Nel frattempo, l’alleato russo, dopo sanguinose battaglie, costrinse alla resa la Lituania, la Lettonia, l’Estonia e la Finlandia.

L'entrata in Guerra

Tutta l’Europa si trovava sotto il controllo militare tedesco. L’Italia non era preparata per entrare in questo conflitto. Mussolini, consapevole della mancanza di armamenti rispetto all’alleato tedesco, chiese di aspettare tre anni per poter riarmare l’esercito italiano. Tuttavia, i continui successi delle truppe tedesche in ogni angolo d’Europa e nell’Africa settentrionale convinsero il Duce a entrare nelle operazioni belliche al fianco di Hitler. Questa follia sarebbe stata pagata a caro prezzo da tutto il Paese. Mussolini annunciò la decisione al popolo italiano con un celebre discorso, il 10 giugno 1940, dal balcone di Palazzo Venezia, a Roma tra l’entusiasmo della folla presente. Senza un piano di invasione convincente, il 28 ottobre 1940, all’insaputa del Führer, il Duce ordinò l’invasione della Grecia, colpevole di aver favorito l’attracco delle navi inglesi nei suoi porti, che attaccavano quotidianamente i convogli navali italiani diretti ai porti albanesi. Le truppe dell’esercito italiano invasero la Grecia, ma incontrarono molte difficoltà operative dovute anche alle avverse condizioni atmosferiche e alla strenua resistenza delle truppe elleniche. Hitler, con abili manovre diplomatiche, riuscì a trasformare Ungheria, Romania e Bulgaria in veri e propri Stati vassalli del Terzo Reich, assicurandosi così il controllo dei Balcani per poter invadere indisturbato la Jugoslavia e la Grecia.
Provvidenziale fu l’intervento delle truppe tedesche, che contribuì a sbloccare una situazione sempre più insostenibile con il passare dei giorni. Dopo aver occupato la Jugoslavia, le divisioni corazzate tedesche, con il supporto dell’aviazione, varcarono il confine greco, costringendo le residue forze elleniche a firmare l'armistizio con la Germania e l’Italia il 20 aprile 1941, nonostante nessun reparto greco avesse voluto arrendersi agli italiani. L'8 dicembre 1941, nella baia di Pearl Harbor, gli aerei giapponesi attaccarono le navi americane ormeggiate, nel porto coinvolgendo così nel conflitto in corso anche gli Stati Uniti, che dichiararono guerra al Giappone, alleato della Germania e dell’Italia. Nel frattempo, le mire espansionistiche del Führer si concentrarono sull’invasione della Russia, considerata un alleato scomodo. L’obiettivo era tenere lontano dalla Germania il bolscevismo di quello Stato e impossessarsi dei giacimenti petroliferi e delle immense risorse del suolo, come grano, mais e carbone. Nella prima fase dell’operazione “Barbarossa”, l’offensiva delle divisioni di fanteria tedesche penetrò profondamente nel territorio russo, dando a Roma l’illusione che la campagna sarebbe stata rapida e si sarebbe conclusa in breve tempo. Mussolini intravide l’opportunità di una marcia trionfale su Mosca e non volle essere escluso da questa possibilità. Il Duce fece sapere al suo alleato tedesco che l’Italia avrebbe rivendicato l’onore di partecipare con le sue truppe, poiché doveva in qualche modo sdebitarsi per l’intervento in Grecia.

L'Epilogo Tragico

Dopo le brillanti operazioni a fianco delle truppe tedesche, il Corpo di Spedizione Italiano venne riorganizzato. La volontà del Duce prevalse sull’opposizione dei generali e, nell’estate del 1942, venne decisa la trasformazione del CSI in Corpo d’Armata (l’ARMIR: Armata Italiana in Russia), composto da tre divisioni alpine: la “Tridentina”, la “Julia”, la “Cuneense”, oltre alle divisioni di fanteria “Sforzesca”, “Torino”, “Pasubio”, “Celere”, “Cosseria”, “Ravenna” e “Vicenza”, che in vari scaglioni furono inviate nell’immensa steppa russa a combattere contro l’esercito russo, ben armato e ben equipaggiato, a differenza di quello italiano, che lasciò a desiderare in tutti i settori e mise in evidenza la profonda disorganizzazione e la scarsa conoscenza di quei luoghi. La lezione della campagna greco-albanese non servì a nulla, e si continuò a perseverare in una serie di errori che si sarebbero potuti evitare. L’equipaggiamento non era adeguato a quelle temperature, che di notte scendevano fino a -40 gradi, bloccando le forniture di viveri e munizioni. I russi moltiplicarono i loro sforzi verso metà gennaio, quando demolirono le deboli difese lungo tutto l’arco del fiume Don, con l’intento di chiudere in una morsa l’intero settore. La marcia per uscire dalla sacca spinse i soldati italiani al limite della sopravvivenza, tra innumerevoli sofferenze. Molti rimasero sepolti nella neve della steppa russa, mentre tanti altri vennero catturati, fatti prigionieri e inviati nei vari campi di concentramento con la “marcia del davai”. Oltre a questa tragica esperienza, anche la politica italiana si trovò ad un passo da una crisi profonda. Il 25 luglio, il Gran Consiglio del Fascismo sfiduciò Benito Mussolini e il Re Vittorio Emanuele III° assunse il comando delle forze armate. Il giorno dopo, Mussolini fu arrestato.
La situazione era drammatica: bisognava rassicurare Hitler riguardo a questo cambiamento e, allo stesso tempo, convincere i nuovi alleati a negoziare l'armistizio, che sarebbe stato firmato l’8 settembre. A dicembre, l’Italia era divisa in due: al sud operava il governo Badoglio, fuggito da Roma, mentre al nord continuava il dominio delle truppe tedesche e dei repubblicani della RSI. Un periodo buio della storia d’Italia, caratterizzato da una guerra civile. Nel giro di pochi mesi, l’avanzata dell’esercito tedesco fu bloccata su tutti i fronti europei e in Nord Africa, sotto la spinta dell’esercito americano e britannico. Lo sbarco in Normandia, il 6 giugno 1944, e i sistematici bombardamenti delle città tedesche segnarono la lenta decadenza di quello che era stato il più potente esercito europeo. Il 25 aprile 1945 segnò la fine del nazifascismo in Italia. Tre giorni dopo, Benito Mussolini fu giustiziato da un gruppo di partigiani, dopo essere stato sorpreso mentre tentava di attraversare il confine per la Svizzera. Il 30 aprile, Adolf Hitler si suicidò all'interno del bunker della Cancelleria del Reich a Berlino. I due dittatori, dopo vent’anni da protagonisti della storia d’Italia e d'Europa, lasciarono la loro impronta anche negli anni successivi alla loro morte.

Foto Guerra



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